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BISOGNO DI APPARTENENZA

Lo psicologo Abraham Maslow ha parlato di BISOGNI, raffigurandoli attraverso una piramide. 

Ha posto alla base i bisogni fisiologici la cui soddisfazione rende possibile la nostra sopravvivenza. In seguito ai quali troviamo il bisogno di sicurezza e poi il bisogno di APPARTENENZA al terzo posto.

L'essere umano è un animale sociale, ossia necessita della relazione con l'altro per sopravvivere, a partire dal primo anno di nascita senza la relazione con un caregiver che se ne prende cura non sarebbe possibile la vita.

L'appartenenza si sviluppa a partire dal mondo intrauterino quando sviluppiamo un legame con la madre, con la nascita poi questa appartenenza si consolida e si struttura guidando tutte le future relazioni con gli altri. Oltre al gruppo familiare, l'appartenenza la proviamo quando ci leghiamo al gruppo dei pari e quando in età adulta formiamo una famiglia nostra.

L'essere umano necessita di essere visto, di essere amato. 

Nel momento in cui questo bisogno non viene soddisfatto si genera malessere, sofferenza, disagio e nei casi più gravi psicopatologia.

Si può dire che l'essere umano pur di appartenere è disposto a tutto. Le persone talvolta subiscono ingiustizie, aggressioni, maltrattamenti, violenze psicologiche e anche fisiche pur di appartenere...restano in quella situazione perchè vince il bisogno di appartenenza anche quando questa appartenenza non promuove il benessere reale del soggetto ed è fonte di sofferenza.

Come possiamo fare? Dobbiamo analizzare come è stata la nostra appartenenza infantile di origine, elaborarla ed evidenziare gli aspetti disfunzionali ed elaborare idee di appartenenza in grado di darci ciò di cui abbiamo bisogno, che siano fonte di benessere e cercare di perseguire quelle idee con amore verso di sè, sviluppando appartenenza in se stessi. 


ALLONTANAMENTO AL TEMPO DEL COVID 

L'allontanamento è un tema molto sentito e discusso in questo preciso momento storico, sicuramente più sentito dagli adolescenti.

L'epidemia che ha colpito anche il nostro paese ormai da quasi un anno ha portato con sé degli sconvolgimenti nella vita di tutte le persone.

I cambiamenti a livello sociale, relazionale, personale sono stati affrontati e vissuti dalle persone in maniera molto diversa; c'è chi ha trovato giovamento da questo periodo, chi invece ha sofferto moltissimo.
Un aspetto comune a tutte le diverse realtà vissute è il senso di isolamento dal Sé e dagli altri.

Sicuramente le persone più penalizzate in questo periodo di cambiamento sono state quelle abituate a vivere una vita frenetica, a stretto contatto con gli altri, fuori di casa, sempre "sul pezzo". Molte persone erano abituate a vivere una vita molto fuori dal Sé, ossia una vita per la maggior parte del tempo orientata all'esterno più che all'interno o abituata a trovare all'esterno dei palliativi o rimedi per gestire l'interiorità.

Ci siamo trovati a dover imparare a "bastare a noi stessi". Bastare a se stessi vuol dire riuscire a stare in piedi con le proprie gambe, affidarci a noi, utilizzare le propri risorse per sostenerci autonomamente.

Ci siamo trovati ad affrontare la perdita, la perdita fisica in alcuni casi delle persone a noi care, la perdita relazionale dagli altri, la perdita dell'orientamento, la perdita della serenità, la perdita di certezze, la perdita di vitalità,...

Ci siamo persi tra le notizie, tra i pensieri e tra le emozioni, abbiamo sperimentato il senso di smarrimento e di vuoto.

Siamo stati spiazzati, ci siamo sentiti inermi e bloccati.

In tutto questo come ci siamo incontrati con il nostro profondo Sé?
Che cosa possiamo dire di aver vissuto ed aver imparato in questo nuovo tempo e spazio?

Abbiamo sperimentato essenza e vuoto.
Sembra un paradosso. Il vuoto per come ci è stato culturalmente trasmesso è qualcosa di negativo da cui allontanarsi e da sopprimere con qualcosa che indichi e dia "pienezza". Pienezza che spesso si trova a braccino con dipendenza, ciò che dà pienezza spesso è ciò da cui siamo dipendenti in modo più o meno sano.
Ci siamo dovuti isolare dagli altri ma in molti casi ci siamo anche isolati dal nostro profondo Sé invece di riavvicinarvisi.

Il senso di vuoto è ciò che il Covid ha portato con sé, al tempo stesso però ha fatto sperimentare anche l'essenza.
Per costrizione si ha dovuto sperimentare una dimensione del vivere più semplice che richiama per molti aspetti la vita condotta dalle generazioni passate.
La semplicità risiede nella dedizione per il proprio lavoro, il vivere la dimensione "casa", la gestione dei rapporti con i familiari, lo stare con se stessi nella dimensione dello "stare" e non del "fare".

Il vuoto che si è sperimentato spesso è dipeso dalla perdita di punti di appoggio o di riferimento che prima sostenevano, di routine o abitudini che occupavano la nostra mente ed il nostro tempo.
Il vuoto ha bussato alla porta nel momento in cui si è dovuto fare i conti tra il Sé ed il Sé, con l'essenza della vita.

Il vuoto, nel concetto negativo a cui abitualmente lo si pensa, in realtà non esiste. Qualsiasi cosa ci faccia pensare al vuoto in realtà è piena essenza di quella tal cosa.
La tristezza non è vuoto, ma pieno bisogno di 'essenza di gioia'; la solitudine non è vuoto ma è pieno bisogno di 'essenza di amore'; l'apatia non è vuoto ma è pieno bisogno di 'essenza di emozioni'.

L'essenza di tutto sta nel nostro Sé, la nostra interiorità dispone di tutto il potenziale di cui ognuno di noi necessita. Siamo esseri umani completi.
Il nostro compito più grande è quello di ritrovare questa Essenza e di utilizzarla come guida di vita.

Non esiste esperienza al mondo negativa che non lasci un segno, una cicatrice portatrice di senso e di significato.

Questa cicatrice che significato porta per te? Quale insegnamento?

Nella vita non esiste crescita se non c'è dolore. Questo dolore può cronicizzarsi trasformandosi in patologia o in "mal di vivere" oppure può diventare nostro maestro e nostra guida contribuendo alla nostra evoluzione come persone in questa terra.
Ciò che dobbiamo imparare a fare è ricercare il senso, il significato in ciò che viviamo, in ogni azione, fatto o avvenimento e utilizzarlo come bussola per orientarci nella vita.


PSICOLISTICA

Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo

IL POTERE DELLA GRATITUDINE

Perchè è importante imparare a praticare la gratitudine 


Un buon punto di partenza è sviluppare la consapevolezza che nulla ci è dovuto per qualche ragione. 

Partendo dalle origini, la vita ci è stata donata dai nostri genitori, questa non ci era infatti dovuta per qualche ragione bensì si tratta di un dono. Molte persone danno questo per scontato, non considerano che la propria madre, attraverso il parto ed il rischio che questo evento naturale porta con sè, ha permesso loro la vita, mettendosi al "servizio per la vita" (Hellinger). Credo che non esista un dono più prezioso di questo.. 

Essere grati è qualcosa di carente in alcune culture più di altre, in quelle culture che si sono allontanate dalla spiritualità a favore del materialismo e del tangibile spesso manca questa abilità. 

Essere GRATI significa accorgersi di ciò che si possiede, sia a livello intangibile che a livello materiale. Essere grati perchè si possiede una casa, un tetto sotto al quale dormire ed essere al sicuro non è qualcosa che tutti hanno, molte persone nel mondo si trovano a vivere in tende fatte di paglia o di tela e per i meno fortunati, queste tende vengono divise con altre famiglie in campi profughi. Avere acqua calda per potersi fare una doccia o avere del cibo è qualcosa di cui esserne grati perchè nel mondo ci sono persone che aspettano l'acqua che arrivi una volta a settimana e non hanno cibo per sfamarsi. 

E' importante riflettere su questo per rendersi conto di come nulla è dovuto, si tratta di fortuna, di coincidenze, di percorsi per cui oggi noi ci troviamo in una situazione e non in un'altra.

Ed essere GRATI significa essere consapevoli che ciò che possediamo oggi non ci è dovuto ma ci è regalato, è un dono che la vita ci sta facendo. 

Essere GRATI è un esercizio per ridimensionare i propri problemi, le proprie frustrazioni, le proprie paure e i propri malesseri, diventare grati di ciò che si ha e rivolgere un pensiero a quelle situazioni per cui potremmo non possedere quella data cosa, ci consente di acquisire maggiore forza, serenità d'animo e gioia per ciò che siamo e abbiamo.

Imparare a non guardare solo verso chi possiede altro o di "più" rispetto a noi, ma guardare anche verso chi quello che ho non lo possiede, consente di orientarsi alla vita con più leggerezza, permette di nutrire un sentimento di fortuna e gratitudine verso di essa, di vivere nella saggezza, del rispetto e nella pienezza d'animo

La gratitudine è una grande qualità ed è fortunato chi la possiede innata o chi è cresciuto in un contesto che ne favoriva lo sviluppo. Però è una qualità che si può apprendere, tra le tecniche quella del CAMPO G.I.A ideata dal ricercatore Fabio Marchesi. Si tratta di una tecnica che si lega alla fisica quantistica in quanto afferma che attraverso la ripetizione della parola GRAZIE per un tempo compreso tra i 5 e 21 minuti al giorno si riscontrano effetti benefici. Tra questi: miglioramento del proprio stato emotivo; permette di svolgere le azioni in maniera migliore; permette di attrarre doni, gentilezze; si diviene più amabili, migliorando le relazioni umani e affettive; permette di aumentare la propria energia vitale e accelerare processi di guarigione; permette di realizzare i propri desideri; aumenta l'attitudine al successo, si diviene più autosufficienti; permette di aumentare la forza di volontà e l'autostima; permette di ridurre gli effetti di qualsiasi paura; permette di affrontare meglio le sfide della vita. 

Molte persone dicono di essere grate ma nonostante questo vivono nel lamento, dell'invidia, della tristezza. Spesso chi assume questo atteggiamento non ha nulla per cui realmente doversi lamentare: ha una casa, ha del cibo, ha una famiglia, ha un lavoro, ha degli amici, è in salute. Spesso capita che chi possiede davvero molto e si colloca a livelli economico-sociali elevati è ancora più in una modalità di scarsa gratitudine. Dà molto per scontato, pensa che tutto gli sia dovuto. Il suo stato di malessere è alimentato spesso proprio da una mancanza di vera gratitudine verso la propria vita, c'è un continuo paragonarsi con altre persone della propria cerchia sociale, un confrontarsi con la società. Così facendo si mette in atto una continua corsa verso il diverso, il di più, senza accorgersi di ciò che in realtà già c'è, già è disponibile. 

Così facendo si rischia di uscire di strada, di fare un incidente con la vita, di perdersi la vita tra le mani.

La vera gratitudine si conquista quando si ha sempre un occhio aperto nei confronti di ciò che si ha ma che si potrebbe non avere, che potrebbe mancare se si fosse in una condizione diversa. Questa condizione non sempre dipende dalla propria azione umana sulla terra ma spesso è determinata dalle condizioni di vita in cui si è al momento della nascita. Si conquista quando si pensa "che fortunato che sono a...., non tutti si trovano nella mia stessa condizione, grazie alla vita".



PSICOLISTICA

Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo 

Psicologa Clinica e Perinatale


RAPPRESENTAZIONI MENTALI DEI FUTURI GENITORI 

Il mondo portato a galla diventando genitori


Quando si parla di generatività, non si può non prendere in considerazione il mondo delle "rappresentazioni" che hanno i futuri genitori.
Le rappresentazioni si formano a partire dall'infanzia e si strutturano a partire da quelle che sono state le esperienze concrete del soggetto, le relazioni che il soggetto ha esperito a sua volta con le sue figure genitoriali e nel contesto di vita proprio.

Le rappresentazioni dei genitori circa il nuovo nascituro sono dunque un insieme di desideri, idee, bisogni, motivazioni, esperienze passate dei genitori e speranze circa il futuro bambino.

Conoscere quelle che sono le rappresentazioni dei genitori circa il bambino, la loro percezione come genitori, permette di predire in parte quello che potrebbe essere il comportamento di accudimento di questi nei confronti del figlio. Infatti, le rappresentazioni che si formano diventano una guida che orienta il comportamento del soggetto, sono delle lenti attraverso cui guardare la realtà, sé e gli altri.

Così come Stern dice: "il bambino rappresentato non nasce al momento del concepimento ma molto prima, nella vita della madre, ai tempi dei giochi con le bambole e le fantasie infantili e adolescenziali".

Questo ci fa comprendere come le rappresentazioni siano frutto di un lungo processo di formazione che ha inizio nella vita infantile della futura madre sulla base del suo essere stata bambina, e che vanno ad alimentarsi in base alle esperienze relazionali di vita che avrà e che emergono nel momento in cui diventa generatrice.

Durante tutto il periodo della gravidanza soprattutto a partire da 4° mese quando la madre inizia ad avvertire con maggiore facilità la presenza del feto per i movimenti che compie, la madre sviluppa pensieri circa il proprio bambino, se lo rappresenta, ne attribuisce caratteristiche, qualità, doti, immagina il suo futuro... intorno poi all'8°-9° mese sembra esserci una progressiva diminuzione di questo processo rappresentativo e l'emergere piuttosto di diverse paure ed insicurezze circa il parto, ed il post gravidanza. Il motivo di questo sembra essere l'istinto della madre di preservare se stessa ed il bambino da una possibile "delusione" circa tutto il sistema di rappresentazione precedentemente elaborato.

Una volta nato queste diverse rappresentazioni subiranno modificazioni, altre troveranno conferma, queste si modificano con lo sviluppo del bambino e del ruolo materno.
La rappresentazione del bambino nella mente dei caregivers è fondamentale in quanto permette al bambino di esistere già nella mente dei genitori ancor prima di nascere.
Diversi studi hanno evidenziato come sia di estrema importanza che la madre dal momento in cui avverte di essere incinta inizi ad instaurare un dialogo con il proprio bimbo in grembo, inizi ad interloquire con lui, a rivolgergli pensieri, a condividere le proprie emozioni, i propri pensieri, i fatti di vita quotidiana che accadono in maniera trasparente e autentica.
Il feto che è nel grembo materno esiste, è un essere umano, è vivo, è dotato di una dimensione fisica, mentale e spirituale che gli permette di conoscere l'ambiente circostante e ciò non può più essere ignorato dinnanzi alle conoscenze che le ricerca in psicologia in questi decenni hanno portato alla luce attraverso un approccio evidence-based.
Non contemplare l'esistenza del bambino fino alla sua nascita vuole dire negarne la sua esistenza, vuole dire togliere tempo prezioso alla relazione genitori-bambino, togliere tempo prezioso al suo sviluppo psicologico.

Le rappresentazioni dei genitori devono essere al tempo stesso flessibili e consapevoli perché queste non rischino di essere pericolose e dannose per il futuro nato, volendosi imporre come "realtà in contrasto con la reale realtà" che quindi annebbiano la vista, non permettono di vedere chi sia realmente il neonato.

Infatti essendo le rappresentazioni dei genitori circa il bambino ed il loro ruolo genitoriale frutto del loro essere stati bambini nell'infanzia e delle relazioni con le figure genitoriali che avevano, se in qualche modo queste esperienze passate non sono state positive, le interiorizzazioni di tali modelli saranno portatrici di aspetti problematici che indubbiamente andranno ad ledere la relazione genitore-figlio e lo sviluppo di quest'ultimo.

Una volta nato il bambino rievoca nella madre emozioni, sensazioni, ricordi, percezioni circa il suo essere stata bambina e, a sua volta, il suo essere diventata madre porta alla luce lo schema di interazioni che aveva con la propria madre, come l'ha vissuta, come la propria madre era con lei.
Dinnanzi a questo processo la neomamma può assumere un ruolo di continuità circa modalità, schemi, concezioni rispetto alla generazione passata "sarò esattamente come mia madre" oppure può rompere la catena e comportarsi in modo opposto "sarò esattamente l'opposto di mia madre".
Può succedere che certe neomamme non riescano a far fronte ai bisogni del figlio, siano assenti, non responsive così come le loro madri lo erano state a loro volta con loro, perpetuando transgenerazionalmente uno schema di accudimento disfunzionale e andando così inconsciamente a mettere in atto quello che è definito un "copione" in analisi transazionale.
Oppure per lo stesso meccanismo alcune famiglie nutrono aspettative molto elevate circa i propri figli, quasi come se dovessero dare continuità ad un ruolo/posizione che è ricoperto da qualcun altro membro all'interno della famiglia, questo non si connota negativamente se è consono e adeguato al soggetto che lo dovrà ricoprire, diventa dannoso nel momento in cui invece il soggetto si presenta diversamente rispetto alle rappresentazioni genitoriali.

Maggiore è la consapevolezza genitoriale circa il proprio passato ed il proprio presente, maggiore è la disponibilità a mettere in discussione le proprie rappresentazioni, maggiore è l'impegno dei genitori verso un processo di costante crescita e miglioramento come esseri umani, maggiore sarà la loro capacità di spostarsi dalla dimensione della mente alla dimensione del cuore nutrendo accettazione, maggiore sarà il successo di questi genitori nel loro ruolo di guida per la vita del proprio figlio.

D'altronde i figli non sono altro che un dono ricevuto in terra per insegnare ai genitori qualcosa in più su loro stessi e sulla vita.

                                                                                                                                            PSICOLISTICA

                                                                                               Marina Carlotta Peruzzo

Psicologa Clinica e Perinatale


PREMATURITA'

L'importanza di un approccio volto al sostegno e all'educazione della famiglia.

17 Novembre 2020. Giornata Mondiale della Prematurità

La prematurità è quella condizione in cui si trova il neonato, di mancato raggiungimento dello sviluppo biologico necessario per poter incominciare il cammino in questa vita extrauterina.

Quello che avviene è dunque un periodo di "isolamento" in cui il piccolo guerriero è ricoverato in TIN (Terapia Intensiva Neonatale) fino a quando lo si ritiene necessario in base alla situazione clinica analizzata.

L'incubatrice della TIN si presenta come un "utero artificiale" attraverso cui il piccolo ottiene tutti i trattamenti a lui necessari affinchè prosegua il suo sviluppo in maniera adeguata e funzionale, così come l'utero naturale materno è in grado di fornire tutto il necessario al piccolo durante la gravidanza.
La differenza tra un utero artificiale e l'utero naturale materno è che in quello artificiale viene a mancare il contatto materno diretto che si manifesta con il battito cardiaco della madre, il liquido amniotico, il profumo, il tocco del ventre, la voce materna, il calore...
Il bambino è così improvvisamente catapultato da un contesto caldo, accogliente, sicuro in uno in cui prevale il rumore delle macchine, le luci della stanza, il dolore, i farmaci, l'assenza del calore, della voce, del tocco, della presenza materna.

Il mantenimento della vicinanza bambino-caregivers nel periodo appena successivo al parto è di estrema importanza.
Meaney, in uno studio condotto alla McGill University, ha evidenziato studiando i tipolini, che le madri che leccano molto i propri cuccioli inducono in essi un aumento di serotonina responsabile dei bassi livelli di stress. Al contrario i piccoli non leccati molto dalle madri sviluppavano una maggiore sensibilità allo stress, comportamenti di generale passività, minore esplorazione e minor ricerca della relazione con i pari.
Si è potuto osservare a distanza seguendo i bambini ricoverati, che quelli sottoposti alle cure intensive sviluppavano maggiori difficoltà emozionali, comportamentali e un maggior rischio di sviluppare PTSD (Disturbo post traumatico da stress) e una maggior necessità di trattamenti psichiatrici.
Altro studio rilevante è stato condotto nel 2011 da Smith, evidenzia come esista una correlazione tra la media giornaliera di manovre stressanti che il neonato riceve in TIN e il suo diametro bifrontale, con una riduzione della sostanza grigia sottocorticale e della sostanza bianca.
Questi bambini a 7 anni inoltre evidenziavano un minor QI (Quoziente Intellettivo) e un rischio maggiore di sviluppare comportamenti ansiosi/depressivi.

Questi studi evidenziano che un distacco dalla figura materna a causa di necessità di cura per salvaguardare la vita del piccolo nato pretermine e/o della madre, porti con sé problematiche rilevanti che devono essere tenute in considerazione al fine di poter affiancare un percorso di sostegno, di educazione, di prevenzione rivolto alla famiglia per riuscire a contrastare il più possibile l'insorgenza del disagio psicologico. Si evidenzia infatti un'alta correlazione tra il benessere psicologico della famiglia e la capacità del bambino di evitare i rischi legati al ricovero intensivo sopra evidenziati.
Riprendendo le parole di Giovanni Salonia

"nel tempo sospeso non sospendiamo il fluire dell'amore"

è importante sviluppare attorno alla famiglia un contesto di sostegno volto all'educazione pre e perinatale al fine di non agire solo all'interno dell'ambito neurologico e comportamentale ma anche psicologico ed esistenziale dell'essere umano, agendo con amore.
Diventa oggi, alla luce di tutte le scoperte e le conoscenze a disposizione nell'ambito della perinatalità, indispensabile abbracciare una nuova filosofia di lavoro di equipe per cui il team di professionisti sia adeguatamente formato circa la presa in carico globale dell'intera famiglia, il tipo di interventi da adottare per favorire quanto più possibile il rapporto bambio-caregivers in TIN e le tecniche di recupero del tempo tolto alla relazione madre-bambino.

Ove è compatibile con la salute della madre, è di estrema importanza che la madre trascorra più tempo possibile con il bambino in TIN, diversi studi (www.allattamentoibclc.it) evidenziano che questo è importante in quanto la madre in quell'ambiente va a sviluppare gli anticorpi specifici contro i batteri presenti nella TIN per passarli poi al bambino attraverso il latte.
Inoltre è importante che venga mantenuto il contatto tattile, il contatto uditivo e il contatto visivo tra genitori e bambino al fine che, anche se isolato, si senta protetto, al sicuro e amato. Quando possibile, per mantenere il contatto olfattivo, si può collocare un indumento della madre in incubatrice che ricordi l'odore conosciuto durante la gravidanza.

Ma come recuperare poi il tempo tolto al fondamentale legame bambino-caregivers?

Ci sono diverse tecniche che rientrano in quello che è definito RE-BONDING, tra queste la marsupioterapia,un metodo che prevede un contatto pelle a pelle portando il bambino vestito solo con il pannolino tra i seni della mamma o sul petto del papà, coprendolo con una coperta o maglia dei genitori, così che il piccolo possa guardare i genitori, rilassarsi, dormire o succhiare dal seno.
Il contatto pelle a pelle favorisce nella mamma la produzione di ormoni come ossitocina, prolattina e ormoni dell'allattamento e nel bambino si sviluppa l'istinto di succhiare. Inoltre porta ad una crescita maggiore del bambino in termini di peso, di densità di minerali nelle ossa, migliora il ritmo sonno-veglia e l'interazione con i genitori (Field, Diego, Hernandez-Reif, 2010).
Il massaggio permette al bambino di percepirsi nella sua dimensione fisica e di percepire la presenza di una figura d'amore che offre cure favorendo così l'attaccamento.
Infine il co-sleeping, il sonno condiviso tra nato e genitori i cui benefici sono molteplici sia per la mamma che per il bambino, come l'aumento degli ormoni coinvolti nell'allattamento, una maggiore sensibilità materna, una sintonizzazione madre-bambino e un attaccamento funzionale.

Concludo con una frase di Verena Schmid:

"L'amore è sicuramente l'aspetto più necessario al bambino prematuro. Senza l'amore materno si sente perso.. L'amore supera le distanze fisiche e può essere espresso anche a distanza, in forma di pensiero, sogno, preghiera, meditazione o altro ancora. Crea una tenda protettiva attorno al bambino e a questo amore materno si può unire anche l'amore paterno".


                                                                                                                               PSICOLISTICA

                                                                                                               Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo

ATTACCAMENTO

La relazione madre-figlio

Con il termine "attaccamento" lo psicologo J. Bowlby fece riferimento ad una relazione privilegiata, biologicamente innata, tra il bambino e una principale figura di accudimento primaria (madre), la quale è in grado di fornire cure fisiche, nutrimento e protezione ma anche affetto.

La teoria dell'attaccamento da lui elaborata è molto rilevante, sostiene infatti che un accudimento carente porta allo sviluppo di un attaccamento disfunzionale tra il bambino e la principale figura di attaccamento (caregiver), predittore della nascita di disagi e di patologie nel corso dello sviluppo del bambino.
La tipologia di relazione che l'individuo instaura a livello sociale, lavorativo, personale con l'altro sarebbe influenzata dalla tipologia di attaccamento che si è instaurata con la figura primaria nell'infanzia. Infatti lo stile di attaccamento che si sviluppa andrebbe ad influenzare lo sviluppo dei MOI (ossia modelli operativi interni), schemi mentali attraverso cui osserviamo ed organizziamo la realtà, il mondo. Tale legame di attaccamento influenzerebbe dunque lo sviluppo di un particolare tipo di personalità.

Perché lo sviluppo del bambino sia sano, la madre deve essere così come Winnicott la definisce, «madre sufficientemente buona» ossia in grado di sostenere e contenere il bimbo offrendo protezione e cure, di maneggiarlo quindi di sviluppare il contatto fisico sotto forma di carezze, abbracci, baci, ed infine di presentargli l'oggetto ossia fargli conoscere la realtà esterna.

Grazie alla procedura sperimentale standardizzata chiamta Stange Situation, la psicologa M. Ainsworth è arrivata a definire le diverse tipologie di attaccamento.
Il 1° modello di attaccamento è definito sicuro, la reazione emotiva dei bambini alla separazione dalla figura di attaccamento è il pianto ma facilmente si consolano per continuare ad esplorare l'ambiente circostante; accolgono con gioia poi il ritorno del caregiver.
Questo modello di attaccamento di solito si sviluppa quando la figura di attaccamento è stata responsiva ai bisogni del bambino e ha offerto sicurezza.
Il 2° modello di attaccamento è definito insicuro evitante, non ci sono particolari reazioni emotive verso il caregiver né in sua presenza né in sua assenza, continuando ad esplorare l'ambiente.
Questo modello si sviluppa solitamente quando la figura di attaccamento è stata rifiutante perciò ha portato a disattivare nel bambino il comportamento di attaccamento, iperattivando quello relativo all'esplorazione.
Il 3° modello di attaccamento è definito insicuro ambivalente, la reazione emotiva dei bambini alla separazione della figura di attaccamento è il pianto che è inconsolabile; manifestano difficoltà sia a separarsi dalla figura di attaccamento e sia ad esplorare l'ambiente circostante. Accolgono con un abbraccio la figura quando ritorna ma l'emozione che provano è di forte rabbia.
Questo modello di attaccamento solitamente si sviluppa nei confronti di una figura di accudimento che è stata ambivalente, talvolta rifiutante, invadente e intrusiva. I bambini non sapendo quindi che comportamento aspettarsi dal caregiver, attuano un comportamento ipervigilante.
Il 4° modello di attaccamento, evidenziato è stato definito insicuro disorganizzato, il comportamento dei bambini risulta incoerente nei confronti della figura di attaccamento: c'è bisogno di vicinanza per ricevere protezione e di lontananza per paura, per un senso di minaccia. Si è visto che tali bambini erano figli di soggetti affetti da malattie psichiatriche o vittime di abusi o lutti.
Un legame sano di attaccamento che permetterà di sviluppare un sistema sano di relazioni con il mondo esterno sarà quindi di tipo sicuro.
Un ulteriore autore che attribuisce alla interazione madre-figlio un'importanza massima è René A. Spitz, il quale parla di «ruolo strutturante» della relazione diadica, la quale si presenta essere il modello sociale per eccellenza, precursore di tutte le relazioni umane successive.
Le ricerche condotte dall'autore hanno evidenziato l'importanza della presenza materna e del clima affettivo durante i primi anni di vita del bambino nel processo di maturazione fisiologica e dello sviluppo psichico e sociale.
Il bisogno di relazione prescinde la necessità di soddisfacimento dei bisogni primari, l'esistenza nel bambino del bisogno fine a se stesso di sperimentare una relazione calda, disponibile, stabile e continua con la figura materna finalizzata a mantenere una vicinanza sociale ed una interazione.

Colui che ha continuato ad approfondire la conoscenza in tema di attaccamento è stato Fonagy. Attraverso i suoi studi è arrivato ad affermare come prima cosa che i genitori con elevata capacità riflessiva promuovono un attaccamento sicuro nei propri figli e come seconda che l'attaccamento sicuro è un precursore fondamentale di una solida capacità riflessiva.
Liotti, invece evidenzia come l'attaccamento disorganizzato sia un potente predittore della dissociazione in quanto l'attaccamento non sicuro comporta tanto rappresentazioni opposte e non integrate di sé-con-l'altro, quanto deficit nelle funzioni metacognitive e di auto-regolazione delle emozioni.

Disturbi di apprendimento, disturbi di attenzione, disturbi della condotta, disturbi di personalità, disturbi dell'umore sono anche correlati a meccanismi relazionali disfunzionali a partire già dal periodo di gestazione prenatale e successivamente dalla relazione con la figura di attaccamento dopo la nascita.

Essere una buona figura di attaccamento implica avere un costante sguardo verso di sé per riconoscere se l'accudimento che viene messo in atto sia adeguato nei confronti del bambino, per rendere possibile un sano sviluppo psicofisico di quest'ultimo.

Come riportato nel docu-film "IN UTERO" :

"Ci sono troppi bambini trascurati, nati e cresciuti senza amore, e finchè questo non cambierà, il mondo non cambierà".

"L'amore non è soltanto un sentimento, è anche un insieme di azioni, un modo di relazionarsi, e soprattutto è una ricerca constante di comprendere l'altro".

"Quando il bambino viene compreso, quel neonato è amato. Quando la mamma pone il neonato al seno e il neonato è affamato, il neonato è amato".

PSICOLISTICA

Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo

ALIMENTAZIONE ED EMOZIONI

Il legame tra cibo ed emozioni. Come affrontarlo.

Le cause di una scorretta alimentazione sono svariate.
A livello psicologico, senza entrare nell'ambito della psicopatologia, si può dire che spesso ciò che porta le persone ad alimentarsi in maniera scorretta, eccedendo nel consumo di cibi ipercalorici e non combinando bene i micronutrienti, sono legate alle emozioni e allo stress.

Il cibo infatti, a partire dal latte materno, ha una forte carica emotiva. Il latte materno per il neonato non è solo fonte di nutrimento per la sua crescita biologica bensì è intrinseco di significati che riguardano la sfera affettiva: amore, accettazione, protezione, sicurezza...

A molte persone capita di tornare a casa dal lavoro e come prima cosa aprire il frigorifero o la dispensa e cibarsi della cosa più gustosa indipendentemente dall'orario e da quello che si era consumato prima. Perché?

Per la maggior parte delle persone la dimensione lavorativa è fonte di stress, conflitti, responsabilità, insoddisfazione, ecc e questo le porta, una volta concluse le ore lavorative, a "buttarsi" letteralmente in ciò che può dare piacere, una "coccola" facile da reperire, economica, istantanea: il cibo ipercalorico.

Il primo sapore che abbiamo sperimentato una volta nati è quello grasso e dolce del latte materno, super nutriente. La necessità di consumare in determinati momenti certi cibi, richiama al bisogno di calma, consolazione, tranquillità, pace che l'allattamento ci forniva.

Molti alimenti contengono triptofano, un amminoacido che stimola la secrezione di serotonina considerata l'ormone del "buon umore" in quanto responsabile dei diversi squilibri umorali e dello stato di tristezza, inoltre della regolazione dei ritmi circadiani, nel controllo dell'appetito.

La biologa nutrizionista Ilaria Gasparini in merito dice che, per poter contribuire all'innalzamento del nostro umore e gestire ansia e agitazione, "tra gli alimenti che contengono triptofano ci sono: le uova, i formaggi freschi, la carne bianca, i legumi, i semi oleosi, la frutta a guscio, il pesce di mare, i vegetali (invidia, spinaci, patata, cavoli, asparagi) e frutta (banana e ananas). Un altro ormone che è in grado di ridurre ansia e agitazione è la tirosina che lo si trova in alimenti come pesce, pollo, tacchino, frutta secca, banane, latte, avocado, semi di zucca".

In casa dovremmo tenere semi, frutta a guscio, banane, ananas e frutta secca in modo tale da poterla consumare nei momenti di "raptus", potendo così favorire l'innalzamento del nostro umore, la riduzione di ansia e agitazione e una alimentazione sana.

Quando abbiamo la forte sensazione che quel cibo possa migliorare il nostro stato senza essere guidati dallo stimolo della fame, forse ci stiamo "sfamando emotivamente" più che nutrendo.

Il cibo acquista quindi un valore prettamente emotivo e non svolge più il suo ruolo come nutrimento per un corretto funzionamento della nostra macchina corporea.

Per fare fronte a questi episodi di "disregolazione alimentare" così definita, si può intervenire in un duplice senso.

E' fondamentale avere una corretta educazione alimentare per capire da che cosa è costituito il cibo che ingeriamo e che funzione svolgerà nel nostro corpo una volta in bocca. Questo permette di essere pienamente consapevoli della nostra alimentazione.

Dal punto di vista nutrizionale, Ilaria Gasparini consiglia di 

  • "prendersi nota in un diario di tutti i cibi mangiati durante la giornata, l'orario in cui si sono consumati annotando lo stato d'animo ad essi correlato. 
  • E' bene mantenere i ritmi il più possibile regolati, mangiando a orari prestabiliti, cercando di fare tre pasti principali e due spuntini riducendo così il rischio di arrivare affamati.
  • Inoltre essere duri con se stessi privandosi di alcuni cibi non aiuta, anzi assecondare di tanto in tanto le proprie voglie e non vivere l'alimentazione come un dovere è il primo passo per mantenere un rapporto sano con il cibo.
  • Un consiglio è quello di ridurre le tentazioni in casa evitando di comprare merendine dolci patatine, mentre le tisane possono essere una valida alternativa".

Dal punto di vista psicologico, numerose ricerche scientifiche hanno mostrato i sorprendenti risultati della pratica della Mindful Eating. Il protocollo è quello della MB-EAT (Mindfulness Based- Eating Awereness Training).

Si tratta di un approccio basato sulla Mindfulness che ha come macro obiettivo "porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, al momento presente e in modo non giudicante" (Jon Kabat-Zinn, 1994).

Avere consapevolezza permette di prestare attenzione alle sensazioni corporee di fame o sazietà, alle caratteristiche del cibo, alle sensazioni che il cibo suscita in noi, permette di scegliere consapevolmente gli alimenti quando siamo al supermercato o al ristorante.

Maggiore sarà la consapevolezza che noi prestiamo e più riusciremo ad affrontare quei raptus di fame emotiva in maniera positiva senza scaraventarci direttamente sul cibo più allettante, ma piuttosto utilizzando altri modi di compensazione sicuramente più funzionali e sani.

Come poter fare?

Innanzitutto avere chiaro che cosa andremo a mangiare e organizzare i pasti in maniera bilanciata con adeguate porzioni. Se siamo colpiti da un raptus e rischiamo di cadere nel vortice di un consumo di cibi ipercalorici fuori pasto e in modo incontrollato cosa fare?...

Come prima cosa cercare di focalizzare il pensiero in ciò che stiamo per fare: chiedendosi:

"Perché lo sto facendo?" "Posso in alternativa consumare un cibo diverso, più leggero e salutare?" "Quale emozione sto provando in questo momento?".
Molto utile è utilizzare quindi un piccolo diario per potersi annotare le emozioni provate e dare così voce alle emozioni.

Successivamente bere dell'acqua e optare per cibi diversi da quelli verso cui siamo tentati (vedi elenco sopra).

Potrete notare che così facendo tutto l'impulso che vi aveva portati in cucina, incredibilmente perde di intensità e talvolta quasi scompare del tutto questo semplicemente perché abbiamo portato la nostra attenzione al qui ed ora, alle nostre emozioni, le abbiamo dedicato il giusto spazio. 

Dopo di che entreremo nella pratica della mindful eating ,ci metteremo in uno stato mentale di rilassamento, inizieremo a mangiare lentamente, cercando di gustare ogni boccone che facciamo riuscendo a individuare i vari sapori, le sensazioni in bocca, il profumo, mastichiamo lentamente e più volte (alcune diete alimentari parlano di masticare 30 volte il cibo prima di ingerirlo), l'obiettivo è rimanere presenti nel momento in cui si mangia per tutto il tempo del pasto/spuntino.

Avere una conoscenza alimentare di base e possedere delle strategie per rapportarsi al cibo, sono validi strumenti per contrastare abitudini alimentari scorrette e tenere sotto controllo le emozioni. 

PSICOLISTICA

Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo

MODELLI EDUCATIVI ALTERNATIVI

Modello Montessoriano, modello Staineriano e Asilo nel Bosco.

Come apprendiamo?

L'apprendimento, secondo la definizione proposta dallo psicologo Ernest Hilgard (1971), è un processo intellettivo attraverso cui l'individuo acquisisce conoscenze sul mondo che, successivamente, utilizza per strutturare e orientare il proprio comportamento in modo duraturo.

Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri viventi, le piante comprese.

L'apprendimento va distinto dalla maturazione, quest'ultima non dipende dall'esposizione a stimoli come avviene per l'apprendimento, bensì dallo sviluppo delle strutture biologiche della specie.

Il metodo Montessori viene utilizzato in tutto il percorso scolastico dal nido alle superiori (in Italia è presente fino alla scuola primaria-elementare). Si fonda sullo slogan "aiutami a fare da solo", una scuola dove il bambino possa essere libero di muoversi liberamente nell'ambiente e gestire autonomamente i propri spazi di tempo ed azione.
Il metodo mette l'accento sulle attività senso-motorie del bimbo che vanno sviluppate attraverso gli 'esercizi di Vita Pratica' (vestirsi, lavarsi, mangiare ecc) e materiale didattico scientificamente organizzato (incastri solidi, blocchi geometrici, materiale per l'esercizio dei 5 sensi).

L'obiettivo è promuovere l'autonomia del bambino sulla base di un adeguamento ai suoi bisogni dell'intera struttura educativa.

Il processo di apprendimento avviene, infatti, in modo graduale e personale, attraverso l'esperienza diretta (e non le indicazioni dell'adulto), gli stimoli appropriati e l'attività di autocorrezione. L'educatore (o l'insegnante) interviene solo se il bambino usa il materiale in modo improprio danneggiandolo, rischiando di farsi male o disturbando gli altri.

I 10 principi del metodo montessoriano:

  • Educare il bambino all'indipendenza;
  • Mai impedire a un bambino di fare qualcosa accusandolo di essere troppo piccolo;
  • Abituare il bambino a fare con precisione è un attimo esercizio per sviluppare l'armonia del corpo;
  • L'educatore deve osservare ed intervenire solo in casi di rischio o pericolo del bambino;
  • Mai sforzare un bambino a fare qualcosa;
  • Educare al contatto con la natura;
  • Innaffiare le piante e prendersi cura degli animali;
  • Sviluppare i talenti e non parlare mai male di un bambino;
  • Un ambiente a misura del bambino;
  • I bambini sono i viaggiatori della vita e gli adulti i ciceroni.


Il metodo Steineriano è un approccio educativo che copre l'intero arco dagli 0 ai 18 anni, in Italia sono pochissime le strutture che adottano questo metodo.

Si è viluppato sulla base dell'autroposofia. Secondo questo metodo è indispensabile stimolare, in modo armonico, le facoltà cognitivo- intellettuali (pensiero), quelle creativo-artistiche (sentimento) e pratico-artigianali (volontà) presenti in ogni essere umano.

L'immaginazione riveste un ruolo centrale. Viene dato molto spazio alle materie artistiche ed artigianali senza privilegiare solo l'aspetto cognitivo. Nelle scuole dunque, arte e lavori manuali, pittura, scultura e musica, accanto a maglia e cucito, lavorazione del legno o del metallo, giardinaggio, per esempio, hanno un ruolo fondamentale. Anche il gioco all'aria aperta (in qualsiasi stagione) occupa un posto di primo piano.

I cicli scolastici sono costituiti da 7 anni, arco di tempo necessario per il ricambio di tutte le cellule dell'essere umano.

Non sono previsti programmi predefiniti perché ogni alunno impara attraverso le esperienze condivise e nel rapporto con l'insegnante, i libri sono poco usati e non c'è un sistema di votazione per non alimentare la competitività. Tale scuola è contrario all'uso della televisione, del computer e di altri strumenti tecnologici.

L'idea di questo progetto nasce dalla pratica ormai consolidata e molto diffusa degli "Asili nel Bosco" nata in Danimarca negli anni '50 dove una mamma, di nome Ella Flautau, decide di creare un piccolo asilo familiare per aiutare altre mamme lavoratrici che vivevano in condizioni di ristrettezze economiche. Per ovviare alla necessità di affittare dei locali per ospitare l'asilo, decisero di tenere i bambini all'aperto, portandoli a giocare ogni giorno in un parco. L'idea piacque a diversi genitori del vicinato e nacque così l'idea di un asilo nella natura che prese il nome di Skogsbornehaven o Naturborneahaven e che nel giro di pochi anni si diffuse in tutto il Nord Europa.
Un asilo nel bosco è un tipo di educazione prescolare per i bambini di età compresa tra i tre e i sei anni che si svolge quasi esclusivamente all'aperto, in modo continuativo e regolare. Qualunque siano le condizioni atmosferiche, i bambini sono incoraggiati a giocare, esplorare e imparare in un bosco o in un ambiente naturale. Pianificazione, adattamento, osservazione e revisione sono elementi integranti dell'educazione all'aperto.

In questo progetto il cardine educativo è il fare esperienza diretta: non diamo formule preconfezionate ma lasciamo intatta la gioia della scoperta e la libertà dell'interpretazione; i bambini hanno la possibilità di vivere giornalmente vere avventure educative, di usare i sensi, soddisfare il bisogno di movimento, incrementare le capacità motorie e le proprie forze.

Ricercando in internet si possono conoscere quali sono le scuole del territorio che utilizzano questi modelli educativi alternativi. 

                                                                                                                              PSICOLISTICA

                                                                                                               Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo

I 5 SENSI DEL FETO

Sviluppo sensoriale del feto in gravidanza.

La ricerca scientifica ha permesso di mettere in evidenza che il feto è dotato di sensibilità/sensorialità, di vita psichica e memoria. I 5 sensi iniziano a formarsi durante la gravidanza.

Il TATTO si forma dalla 6^ settimana di gestazione con la formazione delle vie nervose necessarie per trasmettere le sensazioni tattili dalla periferia verso il centro. Attraverso la parete addominale e uterina i bambini percepiscono il contatto. In Olanda nasce la "APTONOMIA" ossia la scienza del toccare, che consiste nel raggiungere il bambino attraverso la parete addominale per sviluppare il contatto con lui. Si è visto attraverso diverse ricerche che il tocco è fondamentale ed è precursore di una maggiore crescita del peso, maturazione e riduzione del rischio di sviluppare malattie.

Una ricerca di Schanberg e Field dimostrano che i genitori che accarezzavano, toccavano, muovevano gli arti ai loro figli appena nati per 15 minuti, crescevano del 50% del peso in più al giorno. Inoltre maturavano più in fretta e riducevano il periodo di degenza in ospedale di 6 giorni.

L'OLFATTO si forma nel 2° mese di gravidanza. Le cellule sensoriali "organi vomero nasali" sembrano specializzate a individuare molecole di odore in condizione di cita acquatica. L'olfatto è in relazione con l'intuizione, l'orientamento spaziale e la discriminazione. Ne è dimostrazione il fatto che al momento della nascita, li feto riconosce l'odore della madre perché già ne aveva fatta esperienza all'interno del grembo materno nel liquido amniotico.

Il GUSTO entra in funzione nel 3° mese. La memoria gustativa ed olfattiva hanno un grande valore perché determinano esperienze successive che il bambino farà con il cibo durante la fase orale, l'allattamento e lo svezzamento poi. E' importante che la madre mantenga gli stessi cibi sia durante la gravidanza che dopo per evitare che il bambino venga disorientato con i gusti. Infatti il bambino ha memoria dei cibi che la madre consumava durante la gravidanza e se sono diversi durante l'allattamento, potrebbe rifiutare il latte.

L' UDITO si forma tra il 2° e 5° mese. La ricerca ha evidenziato come il feto è in grado di notare differenza tra il suono di due sillabe diverse, riconoscere una storia già nota rispetto ad una nuova, distinguere la voce maschile. DeCasper ha effettuato un test sulla suzione non nutritiva, notando come il neonato a 2-3 gg dalla nascita preferisce la voce piuttosto che il silenzio, una voce femminile rispetto a una maschile e la voce della madre. La registrazione del battito materno e la sua riproduzione quando il bambino appena nato piange, lo calma. I suoni agiscono su tutto il corpo del feto sottoforma di vibrazioni. Marie Louise Aucher invita ad una maternità "cantata" ossia durante il giorno trovare degli spazi per cantare e ballare perché i suoni arrivano al bambino e sono terapeutici. E' bene scegliere però i suoni appropriati, la musica di Beethoven e Brahms si è visto che tende ad agitare il feto, mentre quella di Mozart e Vivaldi a calmarlo.

La VISTA entra in funzione tra il 4° e il 6° mese. Il feto nell'utero non vive al buio ma percepisce le vibrazioni luminose e cromatiche. Se si appoggia una luce intensa sull'addome, il feto coglie la variazione forte di colore e tende a spostare la testa dall'altro verso. Andrèe Bertin propone alle donne di vestire colorate perché i colori hanno un effetto stimolante e benefico sulla crescita cellulare e sugli organi del nascituro. 

Gli organi di senso sono tra loro collegati, si parla di intersensorialità, le informazioni captate da un organo di senso vengono trasformate e trasferite anche ad altri sensi. Questa capacità insieme a quella di collegare l'esperienza sensoriale all'esperienza affettiva, permette al nascituro di dare un significato affettivo all'esperienza sensoriale.  

                                                                                                                              PSICOLISTICA           

                                                                                                              Dott.ssa Marina Carlotta Peruzzo

LEGAME TRA YOGA E PSICOLOGIA

Quali sono i benefici della pratica Yoga sulla mente?

Quali sono i benefici della pratica YOGA sulla mente?

  • Rende più felici. Una ricerca condotta presso la Perelman School of Medicine dell'Università della Pennsylvania, ha dimostrato come le tecniche di respirazione controllata tra le quali "pranayama", propria dello yoga, permette di aumentare il livello di serotonina, l'ormone così detto della felicità, riducendo gli ormoni responsabili dello stress;
  • Aumenta le cellule cerebrali. Un recente studio del Centro statunitense per la Medicina Alternativa e Complementare di Bethesda in Maryland, ha evidenziato che la pratica della disciplina è associata alla comparsa di nuovi neuroni, così l'aumento della massa grigia in alcune aree chiave del cervello. 
  • Riduce ansia e stress. La pratica dello yoga si riversa sul sistema nervoso simpatico diminuendone l'attività, ossia abbassando il rilascio di adrenalina, ormone che porterebbe il cuore a battere in maniera irregolare, responsabile anche dello stato di ansia;
  • Migliora le funzioni celebrali. Uno studio condotto dall'Università dell'Illinois ha evidenziato che svolgere una sessione al giorno di 20 minuti di Hatha Yoga migliora le funzioni cognitive: la capacità di concentrazione e di memoria;
  • Migliora la vita sessuale: uno studio condotto dall'Università di Harvard ha dimostrato come lo yoga aumenti il desiderio e migliori la sessualità sia per gli uomini che per le donne;
  • Libera la mente dai pensieri. Concentrandosi sulle varie posture (asana) e sul respiro consapevole (pranayama) si riesce a tenere distanti tutti quei pensieri negativi che talvolta occupano la mente e non la lasciano respirare;
  • Aiuta ad alleviare i sintomi depressivi. Diverse ricerche hanno messo in evidenza come i livelli di serotonina e di cortisolo si modificano durante una pratica di yoga producendo così notevoli benefici sullo stato d'animo e sui pensieri.

La testimonianza di Giuglia Guadagnin, Yoga teacher, Yogi

"Giulia, che cos'è per te lo Yoga?"

"Lo yoga è un viaggio.
Cercando il termine "viaggio", sulla maggior parte dei dizionari o delle enciclopedie, si trova una prima definizione di questo tipo: «l'azione del muoversi per andare da un luogo all'altro».
Il viaggio così definito è l'evento che unisce in atto lo spazio e il tempo, attraverso il movimento.
Un percorso fisico e mentale alla scoperta di chi sono e di quale persona voglio essere. "Mente calma e cuore aperto". Grazie a queste parole, scritte su una copertina di un libro letto anni fa, mi sono avvicinata allo yoga, una disciplina che ho accolto dentro di me con curiosità e amore.
Viaggio, un sentiero infinito che attraverso con una valigia colma di ricordi passati, presenti, felici, tristi e di abitudini che mi imprigionano in una nebbia che mi ostacola.
Con il passare del tempo, ed esercitandomi con il pranayama (controllo ritmico del respiro), sono riuscita ad alleviare ansie e paure. Cosi facendo sono potuta uscire dalla nebbia per incamminarmi verso un orizzonte più chiaro e luminoso. Ho lasciato andare vecchie abitudini, ricordi, aspettative, conoscenze iniziali, e ho cambiato il mio sguardo sul mondo, il mio modo di percepirlo e di comprenderlo.
Lo yoga per me oggi è un percorso non soltanto fisico e formativo, ma culturale e mentale, mi permette di percorrere meglio la mia strada con più chiarezza e consapevolezza.
Ho saputo lasciar andare un futuro che sembrava già scritto perché non era la mia strada, non era quello che mi rendeva felice totalmente.

Sentivo dentro di me che per quanto il mio lavoro mi piacesse, il tempo trascorreva troppo velocemente; decidere di cambiare rotta è stato il regalo più bello che potessi fare a me stessa.

Sono convinta che quando siamo connessi con i nostri sentimenti, i nostri pensieri, il corpo e la mente, siamo in grado di arrivare agli obiettivi che ci eravamo prefissati molto più velocemente. 

Abbiamo delle fondamenta vere e solide, su cui costruire la nostra vita. Ho capito che per voler bene agli altri bisogna prima volersi bene, saper cambiare strada quando la vita te ne presenta altre, è un atto d'amore verso noi stessi.
La vita è troppo breve per vederla scorrere come un ruscello accanto a noi e non riuscire a coglierne la bellezza, il profumo e la freschezza.
Ad oggi non posso scrivere di aver raggiunto la meta finale del mio cammino, perché il viaggio che sto percorrendo non ha una fine, ma continua a mutare".


                                                                                                                                         PSICOLISTICA

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                                                                                                                               Yogi - Giulia Guadagnin